SE PARLI MALE DELLA NOSTRA MAMMA, POSSIAMO DARTI UN PUGNO?

Editoriale
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Per la fortunata serie: “Egidio decide di farsi nuovi amici”, durante la riunione per l’editoriale di questo mese il nostro founder ha deciso di proporre come argomento di ottobre un tema assolutamente non divisivo: la violenza del linguaggio (e tutto ciò che ne consegue).

Il riferimento, qualche giorno fa, era l'assassinio dell’attivista statunitense Charlie Kirk , avvenuto mercoledì 10 settembre sul palco della Utah Valley University durante un dibattito pubblico.

Parte del dibattito pubblico si è concentrato sul tema, appunto, della violenza del linguaggio, attraverso una domanda che già avevamo sentito in altri contesti, come ad esempio dopo l’attentato del 2015 alla sede del magazine satirico Charlie Hebdo : chi parla il linguaggio della violenza dovrebbe mettere in conto la possibilità di una risposta, anche fisica, ancora più violenta?

La rivista Charlie Hebdo, per chi non lo ricordasse, era stata oggetto di un attentato terroristico di matrice islamica in quanto solita a pubblicare vignette satiriche di argomento politico ma anche religioso, prendendo di mira cristianesimo, ebraismo e islam. Allora rimbalzò praticamente ovunque il commento di Papa Francesco, intervistato dai giornalisti durante un volo tra lo Sri Lanka e le Filippine: “Abbiamo l’obbligo di parlare apertamente. Avere questa libertà, ma senza offendere. E vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri, che è un amico, dice una parolaccia contro la mia mamma, lo aspetta un pugno! Ma è normale! Non si può provocare. Non si può insultare la fede degli altri. Non si può prendere in giro la fede”.

Semplificando enormemente: se hai parole dissacranti verso una religione, puoi aspettarti la risposta violenta di un fanatico. Se, passando da un Charlie all’altro, come Kirk hai parole e pensieri violenti, non potrai stupirti se qualcuno deciderà di passare dalle parole ai fatti.

Poteva forse mancare un meme su quell’episodio?

Il concetto chiave di tutto questo discorso è: “incitamento all’odio”. Il linguaggio pubblico e politico ha preso una china che anche in Italia, dai Vaffa Day (ma ve li ricordate? Ricordate Beppe Grillo?) ai contenuti social dai toni sempre accesi, porta all’esigenza di alzare sempre più l’asticella. Altro regno della violenza verbale - a questo proposito, bisognerebbe recuperare la graphic novel di Zerocalcare “La città del decoro”  - sono i commenti sotto certi post social, dove la violenza verbale è benvenuta perché, si sa, per gli algoritmi vale sempre il detto: “purché se ne parli”.

Non è un argomento facile (grazie, Egidio) e con questo editoriale non vogliamo certo tentare di risolvere uno dei dibattiti più antichi del mondo: è il contesto che influenza la parola o la parola che influenza il contesto? È la violenza, in questo caso, a generare la parola violenta o è vero il contrario? O, magari, sono vere entrambe le cose?

Più che ribadire i concetti base - non si ammazza una persona, a prescindere da ciò che dice da un palcoscenico, non bisogna mai incitare all’odio, a prescindere dal contesto in cui ci si muove - sarebbe utile ricordarsi anche in quali contesti la nostra parola ha un potere vero, e positivo, seppure limitato.

Noi lo vediamo a ogni nostro evento, quando parliamo di innovazione, di startup, di cambiamento e di sostenibilità. La parola positiva non evoca un mondo nuovo: contribuisce, invece, a crearlo, mettendone le basi e dando forma alle idee che fino a quel momento erano rimaste separate nelle teste di persone diverse. La parola è creazione, anche nelle religioni: nella mitologia aborigena australiana, ad esempio, a costruire lo spazio e il mondo così come lo conosciamo sono state le parole, anzi i canti, degli antenati che hanno dato, nel loro cammino sulla terra, un nome a ogni cosa. 

Con un po’ della retorica che tanto ci piace: quanto sarebbe più bello creare mondi fatti di laghi, montagne e prati, piuttosto che mondi fatti di armi, attentati e gruppi di WhatsApp (senza dubbio, la peggiore delle tre appena elencate)?

Sia messo agli atti che io volevo parlare di cose molto più cialtrone di queste. Ci rivediamo a novembre, nel frattempo, come dice il poeta: non siate violenti e partecipate ai nostri eventi.

 

Camilla Garavaglia

Creative Director Divergens

Camilla Garavaglia
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