Cervelli in fuga a chi?

Intervista
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Intervista ad Alessio Biancheri, Co-founder & CEO di ignostiq.

Alessio Biancheri è Co-founder & CEO di ignostiq, startup AI-native con sede a Tallinn che sviluppa soluzioni di intelligenza artificiale per il mondo HR. Dopo oltre quindici anni tra risorse umane, trasformazione digitale e sviluppo prodotto, ha fondato l'azienda con l'obiettivo di costruire software che si adattino alle organizzazioni, e non il contrario. Nel 2026 ignostiq è entrata nel Tehnopol AI Accelerator e porta avanti un progetto di ricerca con l'Università degli Studi di Milano sull'impatto dell'AI nel mondo del lavoro.

 

Camilla: Quando parlo con persone che lavorano con l’intelligenza artificiale, sento spesso dire che il problema - almeno in Italia - è che le aziende la sfruttano ancora troppo poco. C'è, invece, un'idea che hai espresso e che mi ha colpito: semmai il problema è quando usiamo troppo l'intelligenza artificiale, magari in maniera acritica.

Alessio: Che l’AI possa essere integrata maggiormente nelle aziende è vero, non dico il contrario, ma che ci sia il rischio di un abuso è difficile da smentire. Il fatto è che L'AI è progettata per darti risposte credibili e, se ti abitui a delegarle tutto, dopo un po' smetti di chiederti se quelle risposte siano davvero corrette. Le ricerche che stiamo portando avanti con la Prof.ssa Alessandra Lazazzara dell'Università degli Studi di Milano mostrano proprio questo: quando un agente AI svolge bene il proprio lavoro, le persone tendono progressivamente a fidarsi senza verificare. Il cervello segue il “percorso della minore resistenza e smette di allenarsi”. Il rischio è tremendo, guai a sottovalutarlo. 

Camilla: E come operate in ignostiq per evitarlo?

Alessio: La scelta controcorrente oggi è: non automatizzare tutto. È automatizzare il 90-95% e lasciare volutamente quel 5-10% in cui serve il giudizio umano. Noi lo chiamiamo co-authoring: momenti di frizione cognitiva che costringono la persona a fermarsi, ragionare e decidere. Perché se acceleri un processo che nessuno è più in grado di valutare, non stai migliorando il business. Stai semplicemente rendendo più ripida la china che conduce all’errore.

Camilla: Questo concetto fa parte della filosofia con cui avete fondato ignostiq?

Alessio: Anche. Tutto è partito dal fatto che, dopo quasi quindici anni tra risorse umane e tecnologia, mi ero stancato di vedere sempre la stessa scena: aziende costrette ad adattare i propri processi al software che avevano acquistato. Alla fine si trovava sempre un compromesso che rendeva felice il fornitore e un po' meno tutti gli altri. Con ignostiq siamo partiti dall'idea opposta: deve essere il software ad adattarsi all'azienda. Per questo il nostro primo prodotto, Pulse360, non parte dall'algoritmo ma dal contesto. Prima ancora di generare un feedback acquisisce valori aziendali, job description, competenze, cultura organizzativa.

L'AI lavora solo dopo aver capito dove si trova. E lo fa senza utilizzare i dati dei clienti per addestrare i modelli, mantenendo tutto nel perimetro europeo. Pulse360 è il primo tassello. In futuro la stessa logica arriverà anche su assessment, goal setting e mentoring. Ma preferiamo fare una cosa davvero bene prima di passare alla successiva.

Camilla: Hai scelto di sviluppare ignostiq tra Italia ed Estonia. Molti parlerebbero di fuga di cervelli all'estero.

Alessio: Io la vedo esattamente al contrario. Non abbiamo lasciato Milano per Tallinn, abbiamo scelto di costruire un progetto europeo. Facciamo ricerca con l'Università degli Studi di Milano, sviluppiamo tecnologia in Estonia e stiamo lavorando in mercati come Italia, Spagna, Svizzera e Gran Bretagna (che consideriamo geograficamente Europa, nonostante la Brexit). L’Europa per noi è un playground, un campo dove giocare con regole condivise. 

Camilla: Ma perché proprio l’Estonia?

Alessio: L'Estonia è il Paese più digitalizzato d'Europa. È l'ecosistema in cui sono nate aziende come Skype, Bolt e Wise, ed essere stati selezionati tra le otto startup del Tehnopol AI Accelerator è stato un riconoscimento importante. Abbiamo valutato anche Paesi come l'Irlanda o la Spagna, ma l’incubatore estone è molto meno dispersivo e ti dà il vantaggio di poter parlare con gli “head of” e i manager davanti alla macchinetta del caffè, senza processi lunghissimi da seguire. 

Camilla: Una bella dichiarazione d’amore all’Europa che funziona

Alessio: Forse non lo sanno tutti, ma l’Europa stessa premia i progetti tra Paesi, a tutti i livelli, rendendoli anche convenienti. Secondo me oggi un founder non deve scegliere tra restare o partire. Può scegliere il posto migliore per ogni pezzo del progetto senza sradicarsi. 

Camilla Garavaglia
Camilla Garavaglia

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