Quando un gioiello smette di essere un accessorio?

Intervista
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Intervista a Giulia Cappelli, Founder & Creative Director di AIRHESS

Giulia Cappelli è Founder & Creative Director di AIRHESS, brand di gioielli Made in Italy nato a Roma nel 2025. Le sue collezioni uniscono design contemporaneo e manifattura artigianale italiana, trasformando il gioiello in un oggetto che racconta identità, emozioni e contrasti. Ogni pezzo nasce dall'idea che un accessorio possa diventare un linguaggio personale, andando oltre l'elemento estetico.

Camilla: Oggi la ricerca dell'unicità è quasi diventata una nuova forma di omologazione. Come si progetta qualcosa di davvero personale in un contesto in cui tutti vogliono distinguersi?

Giulia: La lettura è corretta: oggi tutti vogliono essere unici, ma spesso finiscono per seguire le stesse tendenze. È un meccanismo quasi inevitabile. Per questo noi cerchiamo di non partire mai dalla moda del momento. Partiamo da un'idea, da un'emozione, da qualcosa che sentiamo davvero nostro. Se quello che crei è autentico, prima o poi incontrerà persone che ci si riconoscono. Non abbiamo mai cercato di realizzare un gioiello che piacesse a tutti. Preferisco creare qualcosa che qualcuno ami profondamente, piuttosto che qualcosa che lasci tutti indifferenti.

Camilla: Sul vostro sito scrivete che il gioiello va oltre il concetto di accessorio. Quando succede davvero questo passaggio?

Giulia: Succede quando smette di essere scelto semplicemente perché completa un outfit e inizia a raccontare qualcosa di chi lo indossa. Lo paragono spesso a un tatuaggio: non serve soltanto a essere bello, nella maggior parte dei casi rappresenta una storia, un ricordo o un modo di vedere il mondo. È quello che abbiamo cercato di fare con AIRHESS. I nostri gioielli nascono come simboli. Se una persona si riconosce in quel simbolo, allora quel gioiello entra a far parte della sua identità e smette di essere un semplice accessorio.

Camilla: Nelle vostre collezioni convivono continuamente due poli opposti. Eleganza e aggressività. Fragilità e forza. Da dove nasce questa ricerca?

Giulia: Credo che gli opposti raccontino molto meglio le persone rispetto alle cose perfette. Uno dei contrasti che mi affascina di più è quello tra forza e vulnerabilità. Sembrano inconciliabili, invece secondo me vanno sempre insieme. Spesso sono proprio i momenti più difficili a far emergere la parte migliore di noi. Un esempio è il nostro Broken Heart. È un cuore spezzato, con la frattura smaltata di nero, che però si ricompone proprio quando attraversa il lobo dell'orecchio. Mi piaceva l'idea che una ferita potesse trasformarsi in un simbolo di rinascita. Lo stesso succede con tanti altri elementi che utilizziamo: spade, spine, borchie. Sono simboli che evocano forza, protezione o ribellione e che, attraverso il design, assumono un equilibrio completamente diverso. Li rifiniamo con una galvanica lucida in oro 18 carati o argento 925 proprio per renderli eleganti e indossabili, senza perdere il loro carattere.

È questo il contrasto che cerchiamo sempre: prendere un'immagine apparentemente dura e trasformarla in qualcosa di raffinato, capace di raccontare una storia.

Camilla: Hai scelto di fondare AIRHESS a Roma e di produrre tutto in Italia. In un mercato globale il luogo in cui nasce un oggetto conta ancora?

Giulia: Per me sì, ma il Made in Italy non è uno slogan. Vuol dire poter lavorare ogni giorno con gli artigiani che realizzano i nostri gioielli, seguire direttamente ogni fase della produzione e mantenere uno standard qualitativo molto alto. È anche una questione di rapporto umano. Anche Roma ha avuto un ruolo importante. Quando abbiamo iniziato non c'erano molti brand emergenti di gioielleria con un'identità così marcata. Mi piaceva l'idea di portare qualcosa di diverso in una città che amo profondamente: vedere le persone fermarsi davanti ai nostri pop-up, incuriosirsi e sorridere davanti ai design più insoliti è ancora oggi una delle soddisfazioni più grandi.

Camilla Garavaglia
Camilla Garavaglia

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