Se non credessi nei giovani, chi me lo farebbe fare?

Intervista
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Intervista a Domenico Ioppolo, Amministratore Delegato di Campus Editori

 

Domenico Ioppolo è manager, esperto di marketing e comunicazione e Amministratore Delegato di Campus Editori. Prima di dedicarsi al mondo della formazione e dell'orientamento ha attraversato mondi molto diversi: dalla lunga esperienza internazionale in Nielsen alla prima stagione del digitale italiano con Inferentia, fino alla pubblicità, ai media e all'ingresso in Class Editori. Oggi guida Campus - Salone dello Studente, incontrando centinaia di migliaia di ragazzi in tutta Italia. 

 

Camilla: Partiamo dall'inizio. Come nasce il progetto Campus e come sei finito tu dentro questa storia?

Domenico: Campus nasce circa trentacinque anni fa da un'intuizione di Paolo Panerai, che aveva un'idea molto chiara: se vuoi contribuire a costruire una classe dirigente, devi partire dai ragazzi. All'inizio Campus era una rivista cartacea esplicitamente dedicata al mondo universitario e, contemporaneamente, nasce il Salone dello Studente. La prima edizione si tiene alla Fiera Campionaria di Milano, poi arrivano Roma, Bari e progressivamente molte altre città italiane. Ancora oggi Roma, Bari e Milano sono tra le tappe più partecipate (con, rispettivamente, 50mila, 40mila e 30mila presenze registrate).

Io arrivo molto dopo, intorno al 2015. Campus aveva attraversato diverse fasi, come succede a tutti i progetti che hanno una storia così lunga, e in quel momento aveva bisogno di ritrovare una direzione. Quando me l'hanno affidato mi sono trovato tra le mani una specie di giocattolo meraviglioso, con una storia importante alle spalle e moltissime possibilità ancora da esplorare.

Camilla: A guardare il tuo percorso, però, la domanda viene spontanea: perché proprio tu? Non arrivavi esattamente dal mondo della formazione.

Domenico: No, infatti, arrivavo da mondi completamente diversi. Ho una formazione umanistica, ma poi ho trascorso circa vent'anni nel business e ho fatto il manager in contesti internazionali. Una parte importante della mia carriera è stata in Nielsen, dove mi sono occupato di marketing, media e ricerca arrivando a lavorare a livello EMEA. Poi ho attraversato anche quella stagione straordinaria in cui Internet cominciava a diventare un'industria: ho lavorato con Inferentia e con Enrico Gasperini, che è stato uno dei grandi pionieri del digitale italiano. Sono passato dalla ricerca alla comunicazione, dalla pubblicità al marketing, fino ad arrivare in Class Editori.

Anche in Class inizialmente mi occupavo di altro, soprattutto di pubblicità e marketing. Campus è arrivato dopo. Forse mi hanno scelto proprio perché portavo uno sguardo esterno al mondo dell'education. Non avevo una carriera costruita nell'orientamento e questo mi permetteva di guardare il progetto con occhi diversi, cercando di capire che cosa potesse diventare.

Camilla: E cosa sono diventati oggi i Saloni dello Studente?

Domenico: I Saloni sono sempre una festa e ci tengo che continuino a esserlo. Quando hai migliaia di ragazzi nello stesso luogo è giusto che ci siano energia, incontri, socialità, curiosità e anche una componente ludica. Sarebbe assurdo trasformare tutto in una lunga lezione.

Negli anni, però, ci siamo trovati più volte a interrogarci sulla direzione da far prendere al Salone: più momento di incontro, quasi ludico, o più occasione di formazione e orientamento? Oggi stiamo seguendo più la seconda direzione. L'incontro rimane importantissimo, anzi credo che oggi abbia ancora più valore. Siamo abituati ad avere una quantità enorme di informazioni a disposizione, mentre scegliere richiede qualcosa di diverso: confronto, domande, esperienze e persone con cui parlare. Il Salone deve servire anche a questo. Poi, possibilmente, ci si diverte.

Camilla: Dopo tanti anni di carriera potresti anche decidere di stare in campagna e goderti la pensione. Invece continui a passare settimane in giro per l'Italia circondato da giovani e giovanissimi. Chi te lo fa fare?

Domenico: Guardando la mia agenda, mi rendo conto che prendo più aerei di un pilota. Stare sempre in giro è faticoso, ma lo faccio perché credo moltissimo nei ragazzi e credo che spesso noi adulti li raccontiamo malissimo. Li descriviamo come disinteressati, fragili, distratti, senza voglia di impegnarsi. Io ne incontro migliaia e vedo tutt'altro. Sono curiosi, hanno una sensibilità molto forte, fanno domande e attribuiscono un'importanza enorme ai valori.

Lo abbiamo visto anche attraverso le ricerche che abbiamo fatto negli anni con l’osservatoio Teen's Voice: quando ascolti davvero quello che pensano, invece di decidere in anticipo cosa dovrebbero pensare, esce una fotografia molto diversa da quella che leggiamo continuamente sui media. 

Forse c'è anche una componente personale. Penso ai miei figli e, più in generale, alla generazione che viene dopo la mia. Lavorare con i giovani è una specie di atto d'amore nei loro confronti, perché alla fine saranno loro a prendere in mano tutto quello che noi lasciamo. E io continuo a pensare che siano molto più bravi di quanto gli riconosciamo.

 

 

 

Camilla Garavaglia
Camilla Garavaglia

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