Ho conosciuto Beatrice Carolina Iaia all’interno di un evento nel quale mi ero ripromesso di non-fare l’attività per la quale probabilmente la maggior parte delle persone era lì: networking, conoscere gente nuova. Non per cattiveria, semplicemente penso che gli incontri più interessanti rimangano casuali, che tra simili – divergenti compresi – ci sia come un’attrazione che ti porta ad aver voglia di conoscere esattamente quella persona lì, tra centinaia.
Trovo il suo profilo, poco “digital” per l’evento all’interno al quale eravamo: CEO di BioTitan Nanotechnology. È curiosa, + 100 punti, le propongo un caffè.
Lei mi dice ok, senza sapere in quel momento che un po’ per istinto, un po' no, avevo trovato la protagonista della mia intervista per il Magazine di Divergens che state leggendo.
E una speaker della data di P.U.B. | Pints Under Books del 24 gennaio, vi avevamo promesso PMI innovative, ecco la sua (potete intanto portarvi avanti iscrivendovi qui, così se avete domande potrete fargliele davanti a una birra).
Partiamo dalla sua azienda, BioTitan Nanotechnology crea rivestimenti nanotecnologici per le superfici e i materiali dando proprietà innovative e migliorative ai materiali, senza alterarli.
Qualche esempio pratico: possono rendere un marmo lucido antiscivolo oppure un pannello fotovoltaico autopulente, superfici antibatteriche e antivirali per un lungo periodo di tempo. Non molto “digital”, ma innovativi sì. Parecchio. L’innovazione fa già paura, loro hanno un carico in più: il trattamento non è visibile.
Come si convince un’azienda ad adottare il vostro prodotto?
“Devi trovare la persona giusta all’interno dell’azienda perché per acquistare magari è necessario conoscere i processi operativi, oppure occuparsi di innovazione, scenario non banale perché sono poche le aziende con a disposizione un Innovation Manager, ad esempio. La seconda cosa importante è: proporre demo, per renderti più tranquillo ti faccio provare, ti faccio testare. Le garanzie che offriamo sono tutte certificate da enti terzi italiani e internazionali”.
BioTitan è anche un’azienda di famiglia, e questo ci piace molto perché spesso raccontiamo di come l’innovazione sia periferica, non per forza figlia delle multinazionali o delle grosse strutture.
“Vero, a volte troppi meccanismi decisionali creano lentezza nel risolvere un problema. Però non dimentichiamoci che un’azienda più piccola deve prestare attenzione alle vendite e al farsi conoscere. La ricerca pura non è sempre facilmente implementabile nelle imprese, per questo il dialogo con le università è fondamentale”.
Per innovare servono idee prima che risorse, reazione e risposta prima che… il prima possibile.
Beatrice è figlia di imprenditori, che inizialmente avevamo alcuni negozi di abbigliamento a Milano. Suo padre ha studiato chimica in Germania e ha sempre avuto la passione dei materiali, partendo dai trattamenti antiscivolo. Ha studiato formule e ha iniziato a mettere sul mercato un primo prodotto.
“Subentro io circa sei anni fa, dopo aver studiato a fondo questo mondo, cercando subito una collaborazione vincente con uno spin-off dell’Università di Bergamo che ha agevolato e velocizzato il processo di certificazione e di brevettazione delle nostre formule. Oggi abbiamo un gruppo di Ricerca & Sviluppo composto da quattro persone dedicato a trovare nuovi prodotti e soluzioni. Siamo nella fase in cui stiamo spingendo per farci conoscere e per crescere sul mercato”.
Dopo quel caffè Beatrice è stata al nostro workshop all’interno dei Digital Innovation Days, The Grandma’s Pitch - Il tuo lavoro spiegato a tua nonna, e a diverse nostre serate ed è il perfetto esempio di quello che intendo quando descrivo la nostra community.
I divergenti non li trovi solo sul palco per gli speech, ma anche seduti al tuo fianco.
Questo il motivo di questa intervista, prima però dobbiamo fare un passo indietro per inquadrarla.
Un passo di danza, indietro. Su Groovylish, una scuola di danza e un format di eventi dedicati alle danze urbane, itinerante in tutto il mondo, conviene fermarci qualche minuto.
Beatrice, partiamo dall’inizio.
“Ho studiato Giornalismo all’Università e, una volta terminato, ho avuto l’occasione di aprire uno spazio di danza, la mia passione, grazie a una serie di circostanze favorevoli: consapevole dei rischi e di un’età – 24 anni – dove in Italia sei troppo giovane per tutto, ho deciso comunque di buttarmi”.
Le chiedo se tutto questo - oltre che una palestra in senso “fisico” del termine - sia stato anche una palestra mentale per l’imprenditrice che è oggi. Noi con Divergens parliamo molto di percorsi non lineari, non tracciati.
“È stata una palestra perché intanto sei giovane e inesperta: devi imparare a incassare delusioni e relazionarti con una moltitudine di persone diverse. Mi ha aiutato anche molto il dovermi inventare il cosa-faccio-per-arrivare-a-fine-mese, perché una scuola di danza per caratteristiche ha dei mesi di fatturato fermo, come l’estate, nei quali però i costi fissi non rallentano. Mi sono inventata camp per bambini più piccoli, poi una cosa più particolare, sono appassionata di danze urban, dancehall, hip-hop, house e ho deciso di fare solo questo tipo di discipline abbandonando le altre, specializzandomi e distinguendomi, con insegnanti internazionali proveniente da Parigi, Londra, con workshop mensili che hanno attirato appassionati e appassionate anche da New York e dal Taiwan. Da qui nasce un ciclo di eventi itinerante in Europa con più di 300 iscritti, con lezioni settimanali, serate. Avevo un vero e proprio team, una decina di persone”.
Qui un imprevisto: allagamento della scuola di danza.
Non il primo, ma il primo serio. Fino a tre diversi allagamenti, cause, costi per rimetterla a nuovo.
In Italia non è facile, i tempi della giustizia sono lunghi e ha perso sei anni.
Beatrice lo ha preso come un segnale, aggiunto al problema di salute della mamma, a suo padre che ha dovuto mettere tutto in stand by per raggiungere la mamma ricoverata in Spagna, ha deciso.
“Chiudo la scuola intanto continuo a insegnare danza, entro in punta di piedi in azienda fino alla decisione di rimanerci. Ho vissuto l’intensa esperienza di brevettare un prodotto, l’eccitazione cresceva, e mi sono avvicinata al mondo della chimica. Mi sono convinta che questa sarebbe stata la mia strada perché qui potevo fare la differenza, qui potevo creare impatto”.
Ci ha messo un po’ a far pace con questa cosa, lo ammette.
Non sapeva se dimenticare quel lato artistico della sua vita oppure… oppure capire che: “siamo una combinazione di tutte le nostre sfumature, il mio lato artistico mi rende unica anche nell’innovazione, per come si combina al mio lato più creativo. BioTitan vende prodotti tecnici, ma è bello immaginare che nascano da un’intuizione più artistica, creativa”.
Sei in uno dei settori del mondo STEM, qual è la tua esperienza come donna all’interno di questo mondo?
“Adesso è meglio rispetto agli inizi, è vero che è un mondo prettamente maschile. La stragrande maggioranza delle persone con le quali mi interfaccio sono uomini. La scuola è il primo ostacolo, se non portiamo le bambine e le giovani ragazze a percepire come normale lo studio di materie scientifiche. Credo sia importante lavorare per migliorare per il gender gap e il pay gap, ma credo sia fondamentale iniziare anche un po’ a normalizzare la figura della donna come manager, come CEO, come imprenditrice”.
Il tema che condividiamo in fondo è proprio questo: giovane non è per forza meglio che boomer, donna non è per forza meglio che uomo, la chiave per affrontare sfide complesse e completarsi, contaminando le organizzazioni con punti di vista differenti.
Anzi, divergenti.
Cosa significa per te “essere Divergens”?
Per me significa fare le cose in modo non lineare. Ci insegnano a seguire una temporalità (scuola, università, erasmus, famiglia, figli…) e delle scadenze (prima dei 25, dei 30, dei 40 anni…) ma la vita è tutta a zig-zag. È bello così, va assecondato il percorso unico e personale di ogni persona. Io ho aperto la mia prima attività a 24 anni, per tutti ero troppo giovane e inesperta. Invece il progetto era quello giusto al momento giusto, ed era perfetto per me in quel periodo di freschezza e creatività.
Quale pensi sia il principale avversario da combattere per un Divergens?
Le persone a cui non piace rischiare. Tutti quelli che cercano certezze e capisaldi. Ma questo non crea evoluzione, per evolversi serve creatività e la creatività nasce in momenti di crisi e di difficoltà. Quando, per esempio, ti devi inventare un modo per sopravvivere, per pagare l’affitto, per arrivare a fine mese. Groovylish – gli eventi di danza estivi che ho creato nel 2015 – mi servivano a riempire il vuoto della scuola di ballo che rimaneva ferma tre mesi d’estate. Quindi mi sono inventata qualcosa che mi facesse fatturare anche in quei tre mesi, e che mi aiutasse non solo a tenere la scuola in piedi, ma anche ad ampliarla, a migliorarla.
Qual è l'esperienza più Divergens che hai fatto nella tua vita e/o nel tuo lavoro?
Quella di scegliere di passare da una scuola di danza ad un’azienda che crea rivestimenti nanotecnologici. Per una serie di motivi ad un certo punto ho assecondato questo cambiamento, seguendo i flussi del destino. E ne sono molto felice. La danza, che continuo ad insegnare, è davvero importante nella mia vita, mi rende felice, ma con BioTitan sento di poter fare davvero la differenza su larga scala. Posso dare a questo mondo il mio piccolo ma tangibile contributo.
In che modo cerchi di contagiare chi ti sta intorno a diventare Divergens?
Quando insegno danza, cerco di trasmettere ai miei allievi ed alle mie allieve la forza dell’unicità. Unicità di movimento, di fisicità, di riempimento dello spazio (cosa che poi è valida anche nella vita, in generale). Nella vita di tutti i giorni spero di essere un esempio di determinazione sia per la mia famiglia sia per i miei amici. Io sono una che non molla mai. Una vera e propria goccia cinese, come dice il mio commercialista.
Cosa ritieni che possa frenare maggiormente le persone a essere Divergens?
La paura. Nello specifico la paura di cambiare. Scegliere il proprio destino richiede necessariamente lo sforzo di spostarsi da dove si è per muoversi verso qualcosa di nuovo. E ignoto. Ma è lì che avviene la magia.
E le aziende?
La stessa cosa. Io che mi occupo di innovazione so quanto sforzo richiedere cambiare un sistema per innovarlo, semplicemente a volte le aziende per pigrizia evitano di cambiare in meglio per non fare fatica.
E le istituzioni?
Le istituzioni sono “vecchie”, hanno paura di freschezza. Perché nel dare fiducia ai giovani sicuramente si corre il rischio di fallire, ma a mio parere è il restare esattamente immobili l’unico vero fallimento.
Ci sono dei modelli culturali di Divergenza che andrebbero insegnati a scuola? Se sì, quali?
La libertà. L’abitudine alla libertà, di scegliere, di sbagliare, di fare prima una cosa che gli altri farebbero dopo e dopo una cosa che gli altri farebbero prima. Uscire dagli schemi e tentare è la migliore lezione da insegnare a scuola. Sbagliare è giusto e necessario a volte per trovare sé stessi, per capire quali sono i propri confini e per scegliere se superarli o no.
Qual è il retaggio culturale che cancelleresti con un colpo di spugna, se ne avessi l’opportunità?
L’idea che bisogna essere adulti per essere brillanti, spaccare e fare carriera. In Italia spesso è così. Quando a 24 anni ho aperto la mia scuola di danza le domande più frequenti erano: “Ma è tua? Chi ti finanzia?” oppure: “Ma non sei giovane per avere una tua scuola?” ed infine la mia preferita: “Ma fai solo questo nella vita?”
Qualcuno un giorno scrisse: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. E se vogliamo che tutto cambi davvero, invece, cosa non dovrebbe rimanere com’è?
Rispondo con un’altra citazione, di Drucker: “Se si vuole predire il futuro, bisogna inventarlo”. Ciò che rimane e ciò che cambia dipende solo da noi. Dobbiamo inventarci il futuro, crearlo secondo le nostre esigenze! Uniche, personali, ma che sicuramente impatteranno su tutti. Il futuro sarà sempre diverso dal presente. Se parliamo del mio settore ciò che non dovrebbe rimanere com’è è il water stress, il disinteresse per la natura. Se parliamo in senso lato, ciò che non dovrebbe rimanere com’è è l’accontentarsi, la pigrizia e il disinteresse.
Un’intervista freestyle questa con Beatrice. Perché nella danza, il freestyle è (anche) un metodo di allenamento e di esplorazione creativa che permette l’esplorazione di nuovi stili personali e nuovi movimenti. Beatrice ha chiuso l’intervista suggerendo di partecipare a eventi diversi, da mondi diversi, corsi di formazione su competenze trasversali.
Lo avete capito, non è mai ferma. Non lo è mai stata, non lo sarà mai in futuro.
Però potreste trovarla all’interno di una delle nostre date, perché Beatrice Carolina Iaia è molto divergente.
BEATRICE CAROLINA IAIA: URBAN DANCE, NANOTECNOLOGIE, FREESTYLE.
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