Per introdurre l’intervista a Enrica Ciccarelli Mormone, dobbiamo prima di tutto parlare della Fondazione La Società dei Concerti, nata nel 1983 da un’intuizione di Antonio Mormone, imprenditore napoletano, milanese di adozione, che decide di mettere le proprie doti imprenditoriali al servizio della cultura e inizia l’attività organizzando una prima stagione di sedici concerti presso la Sala Verdi del Conservatorio di Milano. Com’è andata? Tutto esaurito, come immaginavate.
Da quel momento qualche numero: duemila eventi per circa 60.000 presenze annue, 500 grandi orchestre europee e migliaia di solisti di fama, tra i quali tantissime e tantissimi giovani under 35.
Antonio Mormone è stato un vero Divergente, grandi doti manageriali unite a una passione per la poesia, per la filosofia. Si era accorto che il pubblico della musica classica era stantio, nessuno diceva due parole prima di un concerto, mancava empatia con il pubblico offrendo un programma che inevitabilmente rimaneva per una nicchia. Decise quindi di fare quello che piace fare a noi, prendere una cosa e guardarla da un punto di vista non per forza migliore o peggiore, ma diverso.
E all’accusa di rischiare di rendere la musica classica “nazionalpopolare”? Rispondeva: “va bene, saremo nazionalpopolari”. Iniziava ogni concerto con un saluto al pubblico, spesso una barzelletta, “quello che oggi noi stiamo andando avanti a fare” inizia così, l’intervista a Enrica.
Facciamo più di 120 concerti ogni anno, nel 1986 il grande pianista Arturo Benedetti Michelangeli non suonava in Italia. Suonava in Vaticano, in Svizzera, in tutto il mondo, ma non in Italia.
Antonio Mormone frequentò per un paio d’anni il pianista che viveva in Svizzera, e lo convinse a fare un concerto sul Lago di Costanza per un pubblico italiano, portando con dei pullman 1500 italiani a sentire il concerto.
Per la Società dei Concerti sono passati tutti i più grandi artisti, che oggi potete ascoltare il mercoledì all’interno della Sala Verdi del Conservatorio di Milano, con grandi pianisti e orchestre internazionali.
Il lunedì invece – da un’idea del 1988 – facciamo dei concerti interamente dedicati ai giovani, offrendo reali opportunità di lavoro, oltre alle attività che facciamo in tutta la Lombardia in diverse città.
Collaborate anche con le aziende, attraverso borse di studio ad esempio?
Assolutamente sì, borse di studio, concerti, essere sul territorio è un vantaggio. Abbiamo delle esclusive, se vuoi sentire Sokolov a Milano devi venire alla Società dei Concerti. Vogliamo offrire suoni e stili di Paesi diversi, a proposito di giovani con il programma “Artisti in Residenza” scegliamo giovani artisti, li seguiamo offrendo loro fino a venti concerti in un anno, anche grazie a un accordo con il Ministero degli Esteri per portare i nostri talenti in tutto il mondo. È importante creare consapevolezza nelle ragazze e nei ragazzi, non solo da un punto di vista musicale, ma soprattutto comportamentale. Siamo alla seconda edizione del “Premio Internazionale Antonio Mormone” a lui dedicato, è stato un grandissimo talent scout: Marzadori, Allevi… Sono passati tutti da noi.
Ti provoco su Giovanni Allevi: perché tante persone che arrivano dal mondo della classica lo guardano con un po’ di snobismo, è una colpa piacere anche a chi è fuori dalla bolla degli appassionati?
Il fenomeno Allevi, che nasce oltre 25 anni fa, lo ricordo bene perché è partito da questo tavolo. Nel biennio 1989/90 chiamava spesso, ed alla fine mio marito – Antonio Mormone – accettò di riceverlo e di dargli un'opportunità. E questo passaggio lo stesso Allevi lo ricorda nel suo libro, immaginava fosse l'ennesimo: "la faremo suonare..." invece circa un mese dopo, suonò. Fu lo sliding doors, per stessa ammissione dell'artista, che anche grazie a una intelligente campagna di diffusione del personaggio, cominciò una grande carriera e arrivò a eccezionale notorietà.
Una storia con alcune similitudini, almeno per il grande pubblico, è stata quello di Ezio Bosso. Ricordo che anch’io sono rimasta un po’ “così” quando siamo stati contattati per fare un concerto con lui, poi siamo andati a conoscerlo nella sua casa di Bologna e sono tornata soggiogata. Ho scoperto di essermi trovata di fronte a un grandissimo studioso, appassionato, abbiamo organizzato un primo concerto in Sala Verdi: un successo clamoroso. Abbiamo replicato con un intero weekend a lui dedicato – era il gennaio 2020 – uno dei suoi ultimi concerti. Un artista che ha vissuto di musica, nella musica trovava la forza di andare oltre la sua malattia. Nel “Weekend Bosso” ha suonato Beethoven, Strauss, oltre ai suoi pezzi. Quindi sì, abbiamo fatto Bosso, orgogliosamente. Un artista amato, come Allevi, anche dal grande pubblico.
Essere musicisti non è un mestiere come altri, inutile girarci intorno. Serve una dedizione e una disciplina fin da quando si è molto giovani che difficilmente si trova in altre professioni.
Chi fa musica classica studia più che per fare altri generi, non smette mai di studiare, fa una continua ricerca sia nelle partiture, sia dentro sé. Questo ti allontana un po’ dal mondo della musica pop: guardavo Sanremo e ho trovato nelle prime canzoni ascoltate qualcosa di bello, qualcosa di… no.
Parlando di Sanremo, cosa ne pensi del voto del pubblico come strumento di giudizio?
Sono favorevole al voto del pubblico, al confronto con un giudizio popolare, anche se posso capire che ci arriva dalla classica possa avere un bias. Un musicista classico si “arrovella” e fa fatica a tollerare – io per prima – chi non sa suonare, chi non ha una bella voce, perché la strada più facile scelta da molti a noi non piace. Da sempre la musica classica è intrecciata con i principi che pagavano per comporre; quindi, non c’è una vera paura ad aprirsi al mercato, lo si è sempre fatto forse sono tanti fattori a portare a un po’ di chiusura. Studiare e prendere uno strumento è un costo, l’acquisto del primo pianoforte è un vero investimento. Chi sta a capo di questi mondi si sente superiore, e questo è sbagliato. Il mondo della classica a volte forse è chiuso perché non viene capito.
Quanto sono giuste le bolle nel mondo della musica, è vero che diventare pop, mainstream, significa inevitabilmente tradire alcuni principi?
La musica è energia, un determinato tipo di musica può non piacere, ma entra un concetto di educazione e soprattutto di “mancanza” di educazione, questo è un discorso sia politico, sia sociale.
A livello politico sono state fatte scelte che hanno castrato la musica classica, impedendo a tanti giovani soprattutto della mia generazione di avvicinarsi all’educazione musicale, creando un vero e proprio buco generazionale. È questa l’ignoranza che dovrebbe spaventare, quella che ti impedisce di scegliere e quindi limita. Se non conosco, sono limitato.
Poi ci sono tanti giovani che hanno talenti straordinari, la musica è energia – definizione bellissima che Enrica ripete spesso – e noi abbiamo bisogno di musica. Uno dei nostri principali obiettivi oggi non è fare crescere degli artisti, ma anche creare degli ascoltatori. Quando creiamo un progetto nelle scuole non cerchiamo “pianisti”, cerchiamo persone che vogliano ascoltare un concerto. Persone che vogliano venire per ascoltare la musica classica, non servono per forza cravatte o abiti da sera, ascoltare musica classica ti arricchisce, esci e sei felice. Abbiamo talenti che al pianoforte richiamano suoni della loro terra, non serve per forza conoscenza, serve saper captare la sincerità e l’energia. Per avere energia, serve passione, preparazione.
Cosa significa per te essere Divergente? E qual è il principale avversario da combattere?
Tratto di musica, nello specifico di musica classica. Essere Divergenti significa non considerarla un ambito che abbia dei confini. Abbattere quelle barriere che ancora ci sono e andare verso l’ignoto.
Il non conoscere fa paura, per quello nel nostro mondo rimane chiusura, perché forse la comfort zone appare piacevole. Ecco, serve uscire dalla comfort zone. Serve andare verso una strada che non si conosce. Nel campo allargato della musica classica significa anche saper fare delle contaminazioni, che non significa fare crossover, ma capire come viene offerto un concerto di musica classica, per migliorare l’esperienza prendendo ispirazione da mondi diversi.
Al primo concerto cento ragazzini hanno applaudito tra un movimento e un altro, benissimo. Chi dice che non si debba o possa applaudire? Dove sta scritto? Ho chiesto all’Orchestra, al Direttore se avessero avuto fastidio: assolutamente no. Arrivare con animo aperto. Abbiamo fatto dei workshop con una pianista, Gloria Campaner, che normalmente insegna la gestione delle emozioni ai musicisti, le ho chiesto di provare a dare delle informazioni per gestire le emozioni del pubblico. A me non interessa avere persone in sala che necessariamente sanno tutto quello che sta succedendo, a me interessa il rispetto per il musicista, per chi organizza. Questo molti non lo accettano.
Artisti come Lazza, che arrivano dallo studio al Conservatorio per fare un genere percepito da strada, come la trap, hanno una conoscenza musicale che li pone in vantaggio rispetto ad altri che magari hanno imparato da soli?
Penso di sì. Lazza ha tatuato sulla coscia il viso di Chopin, artisti come lui potrebbero essere dei grandissimi ambasciatori della musica classica. Sicuramente ha più consapevolezza rispetto ad altri, probabilmente più profondità rispetto ad altri.
Siamo orgogliosi di aver portato fino in semifinale del nostro premio un artista – Micah McLaurin – che ha unito Chopin e Lady Gaga, spaccando la giuria. Magari non ha vinto, ma per noi era fondamentale dare il messaggio che non dobbiamo farci condizionare dall’estetica ma lasciarci abbandonare alla musica. L’anno successivo ho organizzato un programma chiamato: “Micah, Liszt & Gaga”, Liszt era quanto di più pop c’era all’epoca, il pubblico, nonostante l’età media alta per i problemi di cui abbiamo parlato, era estasiato. Micah per me è il perfetto esempio di ambasciatore della musica classica. Oggi forse è frenato da manager e produzione, dovrebbe inserire passaggi classici in ognuna delle sue esibizioni. O almeno questo è stato il mio consiglio.
Un ostacolo per un artista che vorrebbe approcciare al suono in modo Divergente, quindi, potrebbe essere rappresentato dai compromessi che devi accettare?
Non saprei se definirli compromessi: ogni artista è forte in alcuni aspetti, fragile in altri. È composto sempre da due anime, e deve trovare un proprio equilibrio.
Come si posiziona oggi il mondo dell’Intelligenza Artificiale, oggi per alcuni un brano di Chopin potrebbe essere composto semplicemente ascoltandone altri, qual è la tua opinione a riguardo? Oggi la tecnologia viaggia a una velocità che non è paragonabile a quella del passato, distingueremo in futuro tra la mano umana e quella artificiale?
Negli spettacoli dal vivo si riconoscerà sempre. L’energia e la presenza umana non è riproducibile.
A me l’Intelligenza Artificiale fa paura sotto alcuni aspetti, ma bene se aiuterà a diffondere la musica classica. Servirà capire il passaggio dell’intelligenza umana per avere l’esperienza. Tutto quello che la tecnologia potrà fare al servizio della divulgazione e della conoscenza, sarà apprezzabile.
L’uomo è esperienza ed energia. Bello.
Un quadro può essere replicato dall’Intelligenza Artificiale, ma serviranno sempre degli occhi per guardarlo, per provare sensazioni ed esperienze. Paradossalmente se fossimo meno pigri gusteremmo molti più momenti. Penso a “Candlelight” è un’esperienza magari semplice, ma ti fa fare un’esperienza. E l’essere umano ne ha bisogno.
Ormai molte persone fanno esperienze per dire che ci sei stato, più che per vivere il momento.
Succede anche a noi ogni tanto, questo è il mondo della musica di oggi. Una volta ho detto a una ragazza di dodici anni, dopo che aveva ripreso praticamente tutto il concerto, goditi l’evento, concentrati sul momento.
Conosco poco la musica classica ma esco dalla chiacchierata con Enrica con la voglia di saperne di più, di prendermi una serata per ascoltare dal vivo quello che è stata così brava ed appassionata a raccontare. Ero curioso di saperne di più dopo aver parlato con Lucia, una ragazza con cui collabora, conosciuta ad una delle serate di Divergens. Lucia mi disse che avrei dovuto conoscere Enrica, e mi racconta delle attività della Società dei Concerti. Del loro mondo. Mi chiede di fidarmi e che avrebbe fissato un incontro, mi sono fidato. Ho fatto bene.
Sono sicuro Enrica sarà abbastanza folle da accettare di diventare speaker in qualcuna delle nostre serate, e rifletto sul fatto che quanto viene rappresentato dal concetto di classico doveva per forza essere stato dirompente e rivoluzionario. Folle. E oggi persone come Enrica hanno la responsabilità della custodia, dell’insegnamento, della divulgazione di una forma d’arte così preziosa.
In molti musicisti c’è una vena di follia. Anche nella musica classica, forse di più che in altri generi. Nella maggior parte dei casi sono dei folli, perché la follia ti aiuta.
“La musica classica sa essere punk” è l’ultima frase che mi dice Enrica, prima di salutarmi.
ENRICA CICCARELLI MORMONE: RAPSODIA DIVERGENTE ALLA GUIDA DELLA FONDAZIONE LA SOCIETÀ DEI CONCERTI.
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