Fabia Timaco, freelance storyteller, copy e speaker.
Il suo nome è l'anagramma di fiaba - la sua storia in "Donne come noi" (Ed. Sperling & Kupfer, 2018). Qualche tempo fa si è diplomata alla Scuola Holden e si è laureata all'Università Cattolica di Milano con una tesi sperimentale sulla comunicazione della salute. "Vuoi una mano?" di #carofacose, una mano bionica è il suo ultimo progetto: un podcast e una pagina Instagram. Al centro le storie degli umani, ma da un altro punto di vista. Fabia ci ha da subito incuriosito e quindi, le abbiamo fatto qualche domanda.
Cosa significa per te "Essere Divergens"?
Guardare dove prima non avevi pensato. Accorgersi dei cambiamenti, accoglierli e farli propri. Da un lato richiede una grande fatica, dall’altro curiosità e coraggio. Perché non sai dove ti porteranno, e questo fa timore. Ora credo sia l’unico modo per non rimpiangere le proprie scelte, a volte folli e fuori dal comune.
Quale pensi che sia il principale avversario da combattere per un Divergens?
Se stessi prima di tutto e il dubbio del “e se”. Alla fine hai tu l’ultima parola, ma serve convinzione e testardaggine. Poi, puoi cadere tante volte. Lo devi mettere in conto, non c’è nulla di straordinario, anzi. Credo stia tutto nell’ordinario delle cose. Una volta ho sentito parlare di “eroi umani”. Ecco, nessun super potere. Solo umani.
Qual è l'esperienza più Divergens che hai fatto nella tua vita e/o nel tuo lavoro?
Difficile scegliere. Le riassumerei con “prendere un treno verso nuove destinazioni sconosciute”. Con tanta paura, ma allo stesso tempo curiosità. A distanza di dieci anni, lo presi veramente, verso una scuola di narrazione, per raccontare il mondo reale.
In che modo cerchi di contagiare chi ti sta intorno a diventare Divergens?
Condividendo idee e progetti e raccontando, quello che è poi è il mio mestiere.
C’era una volta una mano bionica che faceva cose con gli umani e le storie. Così è nata la #carofacose. Su una pagina Instagram. Poi tutto il resto. È difficile scrivere proprio il come in pochissime righe, ma di sicuro niente ispirazione, solo creatività e un pizzico di pazzia.
Cosa ritieni che possa frenare maggiormente le persone a essere Divergens?
L’osare e poi sbagliare e ritornare al punto di partenza. Alla fine tutti hanno paura dei cambiamenti e di cose mai fatte prima. Cambiare luogo, ad esempio. Andare sott’acqua e trattenere il respiro (sì, parlo di me), volare e tante altre. Tipo, chiedere aiuto, quanto è difficile?
E le aziende?
Cambiare un sistema che già va bene così. Funziona - diciamo, invece di far mettere in gioco ogni persona con la storia che ha, facendola sentire parte di un gruppo piccolo o grande che sia. Provando a rischiare.
E le istituzioni?
Il poter ascoltare i diversi punti di vista delle persone per trovare una strada sicuramente più complessa e in salita ma allo stesso tempo più bella. Sentire e fare mi sembrano i verbi più giusti. Hai presente la frase “è colpa del sistema”. Ecco, se andassimo un po’ oltre, forse cambierebbe qualcosa.
Ci sono dei modelli culturali di Divergenza che andrebbero insegnati a scuola? Se sì, quali?
Sicuramente l'insegnamento della diversità e del rispetto delle differenze - culturali, e linguistiche per esempio. A volte possiamo decidere di scambiarci di posto (non solo a scuola) e osservare le “cose” da un’altra prospettiva. Quella a cui non si era pensato, no?
Qual è il retaggio culturale che cancelleresti con un colpo di spugna, se ne avessi l'opportunità?
Il “Si è fatto sempre così”, “cosa serve?”, “meglio non rischiare”. Se collegate danno un’idea del momento storico nel quale viviamo. Di certo complesso, ma non per questo meno di tanti altri. E quindi, cosa aspettare?
Qualcuno un giorno scrisse «Se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi». E se vogliamo che tutto cambi davvero, invece, cosa non dovrebbe rimanere com'è?
“Per far sì che tutto cambi davvero, dovremmo essere disposti a far evolvere le nostre mentalità, a sfidare le norme consolidate. È importante essere aperti alla trasformazione e adottare nuove idee e approcci che possano portare a miglioramenti significativi nelle nostre vite e nella società nel suo complesso” - dice Chat Gpt. Ed è anche da qui, da un’intelligenza artificiale che è continuato il progetto di una mano bionica che si chiama Caro che, con il suo modo di dire “Vuoi una mano?”, apre agli umani nuovi orizzonti sul tema dell’aiuto, della difficoltà di richiederlo e di offrirlo, sulla condivisione di storie apparentemente tanto lontane, ma poi sono solo storie ordinarie di tutti noi. Da un altro punto di vista. È questo, per me, il vero cambiamento. Creare quello a cui avevi pensato solo nella tua mente e farlo sfociare magari in altre correnti. Perché le parole sono importanti e le metafore aiutano a dare concretezza a un semplice immagine. Chiedere una mano = chiedere aiuto. è per te è difficile? Raccontalo qui: https://www.fabiatimaco.it/nel-cassetto/carofacose/ e puoi seguire la pagina IG qui: https://www.instagram.com/__carofacose/.
FABIA TIMACO: DA DOVE GUARDI, TUTTO CAMBIA.
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