IL QATAR, TRA BIAS, STORIA E PRESE DI CONSAPEVOLEZZA.

Pensieri Divergenti
<span class=IL QATAR, TRA BIAS, STORIA E PRESE DI CONSAPEVOLEZZA. " />

Sì viaggiare, il ruolo della donna nell'emirato, l'abaya, un po' della mia storia di violenza e fiducia, l'apertura verso nuove culture, Al Jazeera e il rischio come riscatto.

Dopo qualche mese di assenza sono tornata e mi piacerebbe raccontarvi le novità di questa newsletter, che d’ora in avanti leggerete a inizio mese. Sarà un po’ più densa, colorata e conterrà elementi di vita personale oltre che professionale. Come sempre non mancherà di partire dai principali fatti di cronaca e di fare una rassegna stampa inclusiva. Anche se questa edizione, sarà un po’ speciale e nelle prossime righe vi racconto perché.

Premessa: sono stata a Doha, dove ho conosciuto persone da tutta l’Asia, il Nord Africa e il Medio Oriente. Non immaginavo che potesse essere un simile incontro tra culture diverse.

In Qatar (sento ancora il profumo dello zafferanno e il sapore del chai tea) mi sono ricordata dell’importanza del viaggio come modo non solo per aprirsi a una cultura diversa, ma anche alla propria vita. Anche (e forse soprattutto) per chi come me si occupa di inclusione e disparità di genere.

Prima di partire mi sono informata molto, alimentando anche i miei preconcetti, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della donna. Ho scoperto che è stato il primo paese arabo nel Golfo Persico a consentire alle donne il diritto di voto. Le prime elezioni si sono svolte deliberatamente l'8 marzo 1999, in occasione della Giornata Internazionale della donna (no “festa della donna”) ed è stata la prima volta che uomini e donne hanno potuto votare.

 

Al Jazeera: la più importante rete televisiva satellitare del Medio Oriente

Sono partita con mia madre, una viaggiatrice e la nostra base era a Doha, dove c’è anche la sede di Al Jazeera (in arabo الجزيرة‎, al-Ǧazīra, nome che significa la penisola), nata nel 1996 per volontà dell’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani con l’obiettivo di trasformare il suo paese nel centro culturale della regione. Oggi Al Jazeera sta ricoprendo un ruolo cruciale nella narrazione del conflitto (o dovrei dire genocidio?) in Palestina. Negli ultimi mesi all’emirato arabo del Golfo Persico è stato attribuito il ruolo di mediatore, a partire dal rapporto che ha con gli Stati Uniti (dal 1996 in Qatar si trova la base militare e aerea di Al Udeid, concessa in uso alle forze armate americane e che ospita il quartier generale del Comando centrale per le operazioni in Medio Oriente, Nord Africa e Asia Centrale).

 

Ruolo del Qatar nei confronti di Palestina e Israele

Ad ora è l’unico Paese che è riuscito ad ottenere un risultato concreto, con il rilascio di 121 ostaggi in cambio di 240 prigionieri politici palestinesi e una tregua di sette giorni di cui ha beneficiato Hamas e favorito l’arrivo di aiuti umanitari nella Striscia. Necessario è avere consapevolezza che i rapporti fra la televisione e lo Stato di Israele sono glaciali dal maggio 2022, quando la giornalista Shireen Abu Akleh fu uccisa dall’esercito israeliano a Jenin: Al Jazeera per questo ha denunciato Israele ala Corte penale internazionale dell’Aja.

Dopo questa breve introduzione geopolitica, condivido il senso di appartenenza (a qualcosa di più grande) che ho provato quando più o meno per caso ho partecipato a una manifestazione per le strade di Souq Wakif a Doha in supporto alla popolazione palestinese.

Questo è il video della manifestazione pacifica, a cui partecipavano anche i bambini. Ne è seguita un’altra anche il giorno successivo, proprio in quei giorni c’era l’Asian Cup e molte erano le persone che venivano da altri paesi, come la Giordania per esempio. Erano quasi tutti uomini quelli che partecipavano, l’ho notato quasi subito, ma non mi sono sentita in pericolo o diversa, ma integrata. Ho subito iniziato a chiedermi se fosse perché vengo da un altro continente e sono bianca (la domanda è rimasta aperta).

 

Donne, abaya, hijab e immigrati

Le donne che girano per le strade sono in minoranza rispetto agli uomini, questo forse è dovuto anche al fatto che demograficamente rappresentano un terzo della popolazione.

La maggior parte indossa l’abaya, che consiste in una lunga tunica che lascia scoperto il volto, a volte solo gli occhi, dipende dalla zona di provenienza. Entrando in un centro estetico, come una local qualsiasi, ho visto come tutte le donne musulmane si tolgano il velo dal volto se non ci sono uomini. Mi è sembrato molto naturale, non mi hanno trasmesso di viverla come una privazione (ma questa è una mia percezione).

Il mio sforzo in quel momento è stato quello di non mettere giudizio, ma vivere la situazione per come era. Ho scambiato molti sorrisi con loro e notato un certo feeling con chi veniva dalla Tunisia e dal Marocco, forse anche perché non ho avuto modo di conoscere donne che venissero, per esempio, dall’India, ma solo uomini. Anch’io ho indossato l’abaya per entrare nella più grande moschea del Qatar, quella di Imam Abdul Wahhab.

Ha suscitato in me un certo effetto, anche perché eravamo le uniche turiste e la moschea, che si può visitare solo negli orari fuori da quelli previsti per la preghiera, era vuota. Ci hanno raggiunte solo una coppia di turiste giapponesi. Ho avuto anche un dialogo interreligioso con un credente musulmano che ci faceva da guida, ci siamo messi a parlare di buddismo e Corano. Mai avrei creduto che mi sarei trovata ad avere una simile conversazione in un luogo di culto così imponente, ma per il futuro non mi metto limiti.

Quando ho tolto l’abaya, dopo un’ora circa, ho provato una strana sensazione, forse ha a che vedere con l’espressione di sé, per come sono abituata e qualche ora dopo non mi è mancato un attacco d’ansia in mezzo al Katara Cultural Village, tante erano le emozioni che stavo provando. Anche in questo caso mi sono sentita viva.

 

Bias, stereotipi, preconcetti…insomma ostacoli, ma anche opportunità

Come anticipavo, prima di partire erano diversi i preconcetti nella mia testa, occupandomi di disparità di genere quotidianamente e confrontandomi spesso con chi a sua volta tratta queste tematiche, mi sono resa conto che ero in parte entrata in una bolla. Ciò non significa che le mie argomentazioni non fossero valide, ma ultimamente mi sono sentita meno aperta al confronto, convinta delle mie idee. Questo tipo di atteggiamento per chi fa informazione può essere dannoso per sé, ma anche per i destinatari dei propri messaggi. In questi casi è fondamentale uscire dalla bolla, che sia attraverso i libri, il dialogo, la conoscenza di nuove persone, un viaggio in cui ci si mette in discussione e si parte con il cuore aperto e la curiosità di chi ancora non è arrivato a destinazione ( e sa che non ci arriverà mai).

 

Safari (selvaggio) nel deserto per un giorno intero e affidarsi a chi hai appena conosciuto

Abbiamo anche cenato nel deserto e ci siamo affidate all’hotel in cui alloggiavamo per prenotare il tour. Ci avevano detto che una guida sarebbe venuta a prenderci e saremmo andate con lei in mezzo al deserto. Nella mia mente hanno cominciato ad aleggiare le seguenti parole: sconosciuto, fiducia, deserto, donne, sole, ma anche: FIDUCIA e superamento dei propri limiti. Provo spesso paura, ma faccio lo stesso tutto (questo me lo ha insegnato mia madre).

 

La mia storia di violenza, ma anche fiducia

Il mio unico pensiero: “mi devo fidare di una persona che non conosco, un uomo, di un’altra cultura e di un altro Paese, con cui andrò in mezzo al nulla.

Faccio una breve premessa: nella vita ho deciso di occuparmi di violenza di genere anche per le esperienze personali che ho avuto. Ho subìto sia violenza fisica che psicologica da adolescente e nel corso della mia vita ho lavorato molto su questo aspetto, mi sono chiesta spesso perché fosse capitato proprio a me. Poi ho capito che se da un lato non è tutta responsabilità mia, ma della cultura in cui siamo immers*, dall’altro ho visto chiaramente che c’era dentro me qualcosa che attirava queste persone (non è per deresponsabilizzare nessuno, ma esiste una storia personale e credo che ognuno abbia anche un proprio karma).

Si è trattato di un atto di fiducia, coraggio e amore per me stessa e per la vita. Non potevo precludermi questa esperienza in mezzo al deserto con mia madre, la compagna di viaggio migliore che potessi avere, aperta al confronto e con un’ardente curiosità verso il prossimo. Voglio bruciare di passione per la vita, si può?

 

La nostra guida, Salman, dal Pakistan al Qatar

Salman, la nostra guida parlava perfettamente inglese, qatariota di terza generazione con origini pakistane, ci ha raccontato che chi nasce in Qatar ha più privilegi rispetto a chi decide di trasferirsi lì. La questione del passaporto, invece, è più complessa, il suo era pakistano e per viaggiare fuori dall’Emirato la procedura è un po’ più lunga. Questo mi ha fatto riflettere sulla fortuna di possedere un passaporto italiano, uno dei più forti di tutto il mondo, con il quale posso viaggiare praticamente ovunque. Così penso che non voglio darlo per scontato.

 

Il rischio che ti fa sentire viva

Poco dopo essere salite in macchina Salman accende la musica e ci uniamo a un altro gruppo di jeep, non quelle che vediamo in Italia, ma molto più grandi, e cominciamo a fare curve e manovre che da un lato mi fanno provare adrenalina, dall’altro paura, nel complesso vita e gioia. Ho percepito un senso di appagamento emotivo. Mi riferisco a quella situazione in cui da un lato hai paura, ma comunque ti lanci nell’impresa e c’è una componente di rischio, in più ti devi fidare di uno sconosciuto e sei in un contesto a te non familiare e nel frattempo al tuo fianco c’è lei, tua mamma che sorride. Non poteva che andare bene. Ricordo ancora con nostalgia e soddisfazione quel giorno, mentre rielaboro queste parti.

Per oggi la newsletter finisce qui, ma se ti è piaciuto quello che ho raccontato, fammelo sapere nei commenti sui miei social! Condividi Stereotipo & Pregiudizio

Vanessa Bocchi
Vanessa Bocchi

Potrebbero interessarti