Cosa significa per te "Essere Divergens"?
Nel 1907 i coltivatori di arance della California avevano un grosso problema: gli americani non mangiavano abbastanza arance. Erano costretti a buttarle e ad abbattere gli aranceti. E allora si rivolsero ad un pubblicitario, Albert Lasker, socio di un’agenzia che si chiamava Lord & Thomas, commissionandogli una campagna pubblicitaria per convincere gli americani a mangiare più arance. Albert Lasker li ascoltò, prese appunti, annuì, poi però fece di testa sua. Si rese conto che se invece mangiarle - le arance - uno le avesse spremute, se ne consumerebbero molte di più, perché ci vogliono 3 arance per riempiere un bicchiere. E gli presenta questo: Bevi un’arancia.
Albert Lasker, pubblicitario, disubbidendo alle regole, pensando fuori dagli schemi e ragionando in un modo assolutamente non convenzionale ha inventato il succo d’arancia. Essere Divergens significa essere come Albert Lasker.
Quale pensi che sia il principale avversario da combattere per un Divergens?
Mi gasa questa domanda, perché sembra una di quelle domande che vengono fatte a chi ha raggiunto grandi obiettivi. A chi ce l’ha fatta. Io non mi sento ancora di avercela fatta, ma se mi facessi questa domanda tra 10 anni probabilmente ti darei una di quelle risposte fighe tipo: un Divergens non ha avversari, l’avversario è dentro di te.
Qual è l'esperienza più Divergens che hai fatto nella tua vita e/o nel tuo lavoro?
Da oltre vent’anni faccio il pubblicitario. Il copywriter, per l’esattezza. Cioè scrivo per la pubblicità. È quello che ho sempre sognato di fare fin da quando ero piccolo: per dire, a scuola, mentre tutti scrivevano per il giornalino di classe, io m’inventavo modi originali affinché il giornalino di classe venisse letto anche dagli studenti di tutte le altre classi. La pubblicità è sempre stata la mia passione, il mio amore, la mia fissazione. E quando poi ho cominciato a muovere i primi passi nell’ambiente, sognavo – tra le altre cose - di poter vedere finalmente in televisione un programma che celebrasse l’essenza vera della professione che avevo scelto: che non sono i soldi, non sono gli aperitivi, e non sono neanche i premi. È la possibilità – e il privilegio - di poter inventare delle belle storie. Con una piccola differenza: noi pubblicitari non possiamo sempre fare quello ci pare: non possiamo scrivere quello che vogliamo come fanno gli scrittori – quelli veri – oppure i cantautori. Siamo artisti, sì, ma nel senso rinascimentale del termine, cioè lavoriamo su commissione. Come Michelangelo. Come Leonardo. Perdonate il paragone, ma avete capito. Le storie che ci inventiamo noi creativi pubblicitari sono legate alle Marche, ai prodotti e ai servizi.
Capite anche voi che messa giù così, la narrazione pubblicitaria non è poi così male, anzi: è un mondo ricco di trovate, di colpi di genio, di ironia, di intelligenza, sensibilità ed arguzia. Un mondo appunto fatto di storie. Di belle storie. Alcune bellissime.
Sto divagando. Torniamo all’idea del programma televisivo: visto che una trasmissione così non c’era, allora me la sono inventata, insieme ai miei amici e compagni di tante avventure, Gino & Michele, e con l’aiuto di tutti gli amici del teatro Zelig, quello mitico, in Viale Monza a Milano. E così il 20 ottobre del 2019 è andata in onda, su Zelig TV, la prima puntata di Bar Spot: l’unica trasmissione televisiva in cui la pubblicità è stata trattata come intrattenimento, come contenuto, come vero e proprio spettacolo. Undici puntate piene zeppe di pubblicità che non avevano la presunzione di vendere un bel niente. Siamo stati – credo - l’incubo di qualsiasi media specialist sano di mente: mandavamo in onda gli spot, senza che il committente pagasse un euro. Ci hanno permesso di farlo perché non si parlava di prodotti ma di storie, non volevamo celebrare le Marche, ma le idee, e la pubblicità era solo un pretesto per raccontare in modo ironico e leggero la storia e le caratteristiche delle principali discipline sportive. Abbiamo parlato di sport, e lo abbiamo fatto attraverso gli spot e i progetti di comunicazione più belli del mondo, in compagnia di ospiti pazzeschi: da Luca Carboni a Enrico Ruggeri, da Fabio Concato a Teresa Mannino, dalla Gialappa’s fino ad Aldo Giovanni e Giacomo. Perché parlare di sport? Beh, perché no? Da qualcosa dovevamo pur cominciare: abbiamo parlato di sport, certo, ma avremmo potuto parlare di qualsiasi argomento: l’amore, l’amicizia, New York, Londra, la pizza, i viaggi, per dire. Eravamo pronti per una secondo stagione, poi è arrivato il Covid. Dopo la pandemia, ZeligTV aveva chiuso i battenti, e allora abbiamo provato ad adattare il format al mondo del teatro e del cabaret. Bar Spot, nasce così. E, per rispondere alla tua domanda, queste è assolutamente la cosa più “divergent” che ho fatto nella mia vita.
In che modo cerchi di contagiare chi ti sta intorno a diventare Divergens?
Vi racconto quello che è successo dopo la serata che abbiamo fatto insieme al Museo Fratelli Cozzi: uno spettacolo di Bar Spot dedicato al modo in cui la pubblicità ha raccontato l’universo femminile. Una serata magica, in un posto magico. Dopo lo spettacolo, tanta gente che è venuta a salutare e a complimentarsi: una cosa che fa davvero molto piacere. Ad un certo punto si è avvicinata una signora. Non l’avevo mai vista, non si è presentata, si è avvicinata e mi ha detto: “Io la volevo ringraziare… mi ha fatto ridere e mi ha fatto anche pensare. Adesso guarderò la pubblicità con un occhio diverso.”
Credo che sia il complimento più bello che ho mai ricevuto nella mia vita professionale. È l’essenza di quello che faccio con i miei spettacoli, il senso di tutto.
Ed è il mio contributo - piccolo – al rutilante, complicato, divergentissimo mondo dell’advertising.
UNO SPETTACOLO BASATO SULLA PUBBLICITÀ: AVETE MAI SENTITO QUALCOSA DI PIÙ DIVERGENS?
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