ETÀ, SPAZI, POSSIBILITÀ: QUANDO LE GENERAZIONI SI INCONTRANO DAVVERO.

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Ci sono spazi, soprattutto nel mondo della politica e delle istituzioni, che sembrano avere un’età. Luoghi che parlano una lingua precisa, definita, quasi immutabile. A volte è un tono, altre volte un’abitudine, spesso una forma mentale. E poi ci sono le persone: portatrici di visioni, urgenze e prospettive che non sempre si sovrappongono, ma che possono convivere, se c’è ascolto. 

What’s My Age, Again., l’incontro ospitato mercoledì 2 luglio alla Fondazione Brodolini, è partito proprio da questa tensione. Dalla voglia di spostare lo sguardo e provare a riscrivere il modo in cui le generazioni abitano gli spazi decisionali. Non per fare retorica sull’importanza dei giovani, e neppure per creare un’arena di scontro. Ma per esplorare un’altra possibilità: quella di condividere davvero spazi, responsabilità e scelte, senza annullare le differenze, ma mettendole a valore.

 

A guidare la conversazione è stato Germano Lanzoni, che negli ultimi anni si è fatto carico di iniziative capaci di connettere età e vissuti molto diversi. Il suo ruolo come moderatore ha aperto un terreno fertile, dove i linguaggi potessero incontrarsi senza la pretesa di accordarsi. La tavola rotonda ha messo in dialogo voci con percorsi differenti, ma accomunate dalla volontà di raccontare il cambiamento in atto.

Domenico Ioppolo, ha raccontato l’evoluzione delle priorità che oggi osserva ogni giorno, lavorando a stretto contatto con migliaia di ragazze e ragazzi. Se un tempo il percorso lavorativo era fortemente orientato alla carriera, al potere, ai riconoscimenti esterni, oggi le priorità si sono spostate verso altri orizzonti: il benessere, la serenità nei contesti professionali, la sostenibilità e la ricerca di un impatto sono diventati centrali per le nuove generazioni. 

 

Anche Bianca Arrighini, ha evidenziato questo cambio di paradigma. Le nuove generazioni hanno ereditato un contesto economico e lavorativo profondamente diverso da quello dei loro genitori. Quel patto implicito, secondo cui l’impegno e la fatica venivano ripagati da una crescita economica e sociale, si è progressivamente dissolto. Gli stipendi stagnanti, la precarietà diffusa, l’impossibilità di costruire una stabilità reale hanno portato a una ridefinizione radicale delle priorità. In questo scenario diventa legittimo – e necessario – mettere al centro il desiderio di vivere bene, di essere circondati da stimoli autentici, di scegliere ambienti coerenti con i propri valori. 

 

Il dialogo ha toccato anche un altro nodo cruciale: il modo in cui i giovani percepiscono il futuro. Giovanni Mori, attivista climatico e divulgatore, ha ricordato come il senso di incertezza non sia una condizione emotiva astratta, ma una realtà concreta, quotidiana. Le giovani generazioni sanno che la casa, la sicurezza, la progettualità sono spesso rimandate. E soprattutto, sanno che l’emergenza climatica è già presente, e che le sue conseguenze saranno ancora più evidenti nel futuro prossimo. In questo contesto, il rischio non è solo la rassegnazione, ma una forma di immobilismo profondo, difficile da scardinare. 

 

Eppure, anche dentro questo scenario, resistono volontà, iniziative, forme nuove di attivazione. Lo ha dimostrato l’intervento di Camilla Minervini, che ha presentato una proposta di legge sulle quote generazionali. Un’idea forte e concreta, che mette in discussione uno dei meccanismi più silenziosi ma pervasivi del sistema decisionale: l’asimmetria di rappresentanza. La proposta non è quella di escludere le generazioni più adulte, ma di includere: di creare un equilibrio tra esperienze diverse, in modo che tutte le età siano coinvolte nei processi decisionali. Perché l’assenza di rappresentanza è anche un’assenza di futuro.

A rafforzare questo messaggio è arrivato il contributo di Fania Alemanno, che ha ribaltato un’idea diffusa: quella secondo cui i giovani sarebbero “pochi” e quindi poco rilevanti. In realtà, la quantità non è l’unico parametro possibile. Anche se numericamente inferiori rispetto ad altre fasce d’età, le nuove generazioni sono portatrici di una forza trasformativa reale. Hanno idee, competenze, visione. E soprattutto, hanno voglia di esserci. 

Infine, Giulio Xhaet, ci porta un’esperienza molto interessante: ha raccontato come nella sua azienda è stato creato un passion database, ovvero uno strumento capace di mappare le passioni personali dei dipendenti, indipendentemente dal ruolo o dall’età. Questo sistema ha permesso di far emergere connessioni inaspettate tra manager e giovani, tra profili senior e junior che magari non si sarebbero mai incontrati. Un modo semplice ma potente per disattivare le etichette generazionali e riconoscersi, prima di tutto, come persone.

 

What’s My Age, Again non ha cercato soluzioni immediate, né si è chiuso in una formula. È stato piuttosto un invito a riconoscere la complessità del presente, a praticare l’ascolto senza filtri, a costruire spazi di coabitazione generazionale in cui le differenze non siano ostacoli, ma risorse. 

Perché nessuna generazione, da sola, ha tutte le risposte. Ma insieme, forse, si può iniziare a porre le domande giuste.

Viola Mereghetti
Viola Mereghetti

Contributor Divergens

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